Nia era già in ritardo quando lo vide.
Una donna era in ginocchio sul marciapiede, proprio davanti all’ingresso lucido della Reynolds Tower. Aveva il ventre ben visibile sotto un cappotto elegante, il viso tirato, gli occhi lucidi di stanchezza. Respirava a scatti, come se l’aria fosse diventata improvvisamente troppo pesante da portare nei polmoni.
Nia rallentò solo per un secondo. Quel secondo, però, bastò a farle notare un dettaglio che le gelò lo stomaco: attorno c’era gente ovunque—completi costosi, badge al collo, telefoni incollati all’orecchio—ma nessuno si fermava. Qualcuno lanciava un’occhiata e tirava dritto, come se il dolore altrui fosse un fastidio sul percorso.
La voce di sua madre le rimbalzò nella testa, netta come un cartello: Stai lontana dai guai. In certi posti, noi non abbiamo margine d’errore.
Poi le ginocchia della donna cedettero del tutto.
Nia si mise a correre.
La raggiunse un istante prima che la pancia e la spalla sbattessero contro il cemento. Le infilò un braccio dietro la schiena e l’altro sotto il gomito, sostenendola come poteva. La donna era fredda, sudata, tremava. Le dita le strinsero il polso con una forza disperata.
«Ehi… ehi, mi sente?» sussurrò Nia, cercando di non far tremare la voce. «Ci sono io. Respiri con me, va bene? Uno… due…»
La donna provò a parlare, ma le uscì solo un rantolo. Si portò una mano al ventre e piegò la testa in avanti, come se quel dolore avesse un peso.
«Crampi…» riuscì a farfugliare. «Qualcosa… non va.»
Nia sentì un nodo serrarle la gola. Non aveva il telefono: il suo era morto da giorni e giaceva a casa, inutile come molte promesse. Si girò verso la folla, gli occhi che bruciavano.
«Qualcuno chiami un’ambulanza! Adesso!» gridò.
Per un attimo ci fu solo esitazione. Poi una donna, finalmente, alzò il cellulare, parlando in fretta al 911. Nia frugò nello zaino e trovò una bottiglietta d’acqua mezza piena. La avvicinò alle labbra della sconosciuta.
«Piano… un sorso. Brava.»
La donna deglutì appena, senza riuscire a sollevare lo sguardo. Nia la tenne stretta, sentendo il suo corpo irrigidirsi in un altro spasmo.
E fu in quel momento che una guardia di sicurezza arrivò a passo secco, lo sguardo duro puntato su Nia—non sulla donna incinta.
«Ehi! Allontanati!» sbottò, come se il problema fosse lei.
Nia lo fissò incredula. «La sto aiutando. Sta per svenire!»
«Ho detto di spostarti.»
Quello sguardo Nia lo conosceva bene: lo aveva visto nei negozi, sugli autobus, negli uffici dove sua madre chiedeva un favore e riceveva in cambio sospetto. Non importava che fosse l’unica a essersi fermata. Importava chi era, e come era vestita.
Nia strinse i denti e non mollò la presa.
«Ha bisogno di un ospedale, non di un interrogatorio», ringhiò.
La tensione si spezzò con una voce profonda, tagliente come un ordine che non ammetteva repliche.
«Lasciala.»
La guardia si bloccò all’istante.
Nia si voltò e lo vide: un uomo alto, in un completo scuro perfetto, appena sceso dai gradini della torre. Aveva lo sguardo di chi comanda per mestiere—ma nel volto c’era qualcosa di diverso, una paura controllata a fatica.
Ethan Reynolds.
Il nome era ovunque in città: giornali, billboard, TV, gossip. Un miliardario che sembrava vivere dentro un mondo separato dal resto.
Eppure in quell’istante non sembrava ricco. Sembrava solo… disperato.
In due passi raggiunse la donna, si inginocchiò accanto a lei e le prese le mani senza esitazione. «Sophia. Amore. Guardami. Sono qui.»
La donna—Sophia—emise un gemito e cercò di aggrapparsi a lui. Ethan le accarezzò le nocche, poi alzò lo sguardo su Nia.
Lo sguardo di un uomo che, in mezzo a cento persone, aveva capito esattamente chi aveva fatto la cosa giusta.
«Sei intervenuta tu», disse piano.
Nia annuì, ancora senza fiato. «Stava crollando. Nessuno—»
Non finì la frase. Non serviva.
Le sirene arrivarono come una lama nel traffico. I paramedici scesero di corsa, barella pronta, mani veloci. Nia parlò in fretta, raccontando i sintomi, i crampi, la mancanza di aria, lo svenimento evitato per un soffio. Uno dei paramedici la guardò con sorpresa, come se non si aspettasse tanta lucidità da una ragazzina con lo zaino consumato.
«Possibile travaglio precoce, o qualcosa di più serio», mormorò al collega.
Ethan impallidì.
Quando caricarono Sophia sull’ambulanza, lei cercò ancora Nia con gli occhi. «Aspetta…» sussurrò, stringendole le dita un’ultima volta, come se quell’ancora le servisse davvero.
Le porte si chiusero. Il rumore del motore inghiottì la scena. La folla tornò a respirare. Qualcuno riprese a camminare, come se nulla fosse.
Nia rimase immobile, con il polso che le pulsava dove Sophia l’aveva stretta.
Ethan si avvicinò.
«Come ti chiami?» chiese.
«Nia. Nia Carter.»
Lui annuì, poi tirò fuori un biglietto da visita nero, spesso, con lettere in rilievo che sembravano intoccabili. Glielo porse come se stesse consegnando una chiave.
«Vieni domani in ufficio.»
Nia lo guardò, diffidente. «Perché?»
Ethan deglutì. Per un secondo parve esitare, come se non fosse abituato a dire certe cose ad alta voce.
«Perché hai salvato mia moglie», disse. «E perché… oggi ho visto con i miei occhi che il mondo passa oltre finché qualcuno non decide di fermarsi.»
Nia avrebbe voluto rispondere che non cercava ricompense. Che stava solo cercando di arrivare a scuola, di sopravvivere a un’altra giornata, di non farsi trascinare a fondo da una vita che non dava tregua.
Ma in testa le comparve, nitido, l’avviso di sfratto sul tavolo della cucina. Quelle lettere rosse che gridavano tre giorni.
Le dita le tremarono mentre prendeva il biglietto.
«Non prometto niente», disse.
Ethan la fissò, serio. «Nemmeno io. Domani parliamo. E ascolto.»
Quando se ne andò, Nia si ritrovò a fissare quella tessera nera come se fosse una crepa nel muro del suo destino—una via d’aria in una stanza chiusa da anni.
Non sapeva ancora cosa l’aspettava.
Sapeva solo una cosa: quella mattina era uscita di casa pensando di correre verso la scuola… e invece aveva corso verso qualcosa che poteva cambiare tutto.