Ho infilato l’ultima borsa di tela nel retro del nostro furgone scassato. Il motore, nella mattina umida di Madrid, tossiva come un vecchio fumatore: un rumore stanco, identico a me. Julia—la mia Julia—si aggiustava la cannula dell’ossigeno sotto il naso; quel sibilo regolare era diventato la musica di fondo delle nostre giornate. E Guardián, il nostro pastore tedesco ormai avanti con gli anni, non si scollava da lei. Con la testa appoggiata al suo ginocchio, mi fissava come se dovesse sorvegliarmi lui… e non il contrario. Nei suoi occhi c’era una preoccupazione che non avevo più visto nei nostri figli.
Verso nord, la strada fu un nastro di autostrada e silenzio. Seicento chilometri di vergogna. Ci lasciavamo alle spalle la casa di Pozuelo—quella dove avevamo cresciuto cinque figli—la casa ipotecata per tappare i buchi del ristorante di Bernardo a Malasaña, la casa i cui risparmi avevano pagato lo ICADE a Diana e coperto i debiti di gioco di Javier. Ora non restava niente. Solo noi tre. E un “dono” impacchettato con parole gentili e intenzioni sporche.
Julia parlò dopo Saragozza, quando i Pirenei aragonesi cominciarono a disegnare ombre scure all’orizzonte.
«Arturo… e adesso cosa facciamo?»
Le risposi con una voce che voleva sembrare solida: «Andiamo avanti, amore. Come sempre.»
Ma quella parola—andiamo avanti—suonò vuota persino alle mie orecchie.
La sterrata ci prese a schiaffi, buche e pietre. Poi i fari illuminarono un cartello marcio, quasi inghiottito dalla neve: Benvenuti a Cañada del Cuervo. Fondata nel 1952. Girai l’ultima curva e capii, in un colpo solo, cosa significava davvero quella promessa che Bernardo ci aveva fatto al telefono.
Non c’era alcun paese.
Solo lo scheletro di un vecchio insediamento minerario dimenticato, travi nere e muri spezzati come ossa. E in mezzo, la nostra “casa”: una capanna di tronchi con metà tetto crollato, finestre sfondate come orbite vuote e il portico che affondava verso terra, una mascella rotta.
«Dio santo…» sussurrò Julia.
In quel momento il tradimento si fece voragine. Non ci avevano mandati “in montagna a respirare aria buona”. Ci avevano spediti nell’unico posto rimasto a nostro nome—una terra inutile ereditata da mio nonno—per farci sparire senza rumore.
Aprii la portiera e Guardián saltò giù. Avevo temuto per tutto il viaggio che scappasse nel bosco, che il panico gli cancellasse ogni fedeltà. Invece cominciò a ispezionare la proprietà con calma metodica, annusando il terreno, girando in tondo come se tracciasse un confine invisibile.
«Che sta facendo?» chiese Julia. Il suo respiro trasformava l’aria gelida in piccoli fantasmi.
«Sta facendo quello che i nostri figli non hanno mai fatto» mormorai. «Controlla che sia sicuro.»
Avevamo 847 euro in contanti. Scatolette per una settimana, forse. I farmaci essenziali di Julia—dodici giorni, non di più. E un sacco di crocchette da venticinque chili che, a valle, mi era sembrato “abbastanza”, ma lassù—duemilaseicento metri—assomigliava a una riserva di guerra.
Dentro la capanna era peggio di quanto avessi immaginato. La neve entrava dal tetto collassato, formando cumuli nel punto che doveva essere il soggiorno. Una stufa a legna arrugginita pendeva di lato con il tubo staccato. Il lavello era mezzo sradicato. Le tracce e gli escrementi raccontavano che, per anni, altri “inquilini” avevano vissuto lì: animali, vento, freddo.
Mi sedetti su una cassa rovesciata. La montagna mi schiacciava il petto più dell’altitudine.
«Julia… ti ho portata qui. Ti ho delusa. Abbiamo dato tutto, e guarda come finiamo…» La voce mi si spezzò. Guardai Guardián, che tremava nonostante il pelo fitto. «Forse avevano ragione su di lui… forse è troppo vecchio anche lui…»
Il concentratore d’ossigeno di Julia arrancava come un vecchio mulino. Lei si avvicinò lentamente, mi prese la mano con forza sorprendente e con l’altra carezzò Guardián dietro le orecchie.
«Arturo Mendoza. Abbiamo superato la crisi del 2008. Abbiamo cresciuto cinque figli con stipendi da fabbrica. Abbiamo salutato i nostri genitori con dignità. Noi tre non siamo arrivati fin qui per finire così.»
Nei suoi occhi vidi la stessa determinazione che aveva il giorno della diagnosi di BPCO, quando il medico ci parlò come se la vita fosse già un conto alla rovescia.
«E poi…» aggiunse, indicando il cartello sbiadito fuori, intravisto dalla finestra rotta, «se questo posto esiste, qualcuno ci ha vissuto. Non siamo i primi a ricominciare in mezzo alla neve. E lui…» abbassò lo sguardo sul cane «…ha più lealtà in una zampa di quanta ne abbiano mostrata i nostri figli in anni.»
Come se avesse capito ogni parola, Guardián si irrigidì. Orecchie dritte. Sguardo piantato oltre la porta sfondata. Un ringhio basso gli vibrò nel petto: non aggressivo, ma vigile, come un allarme.
«Che succede, ragazzo?» bisbigliai.
Io non vedevo nulla, solo neve che turbinava e buio tra gli alberi.
Julia, invece, annuì piano. «Ha sempre sentito cose che a noi sfuggivano. Forse è proprio ciò che ci serve quassù.»
Guardián fece un passo verso l’esterno e si fermò. Poi un altro. E si voltò a guardarci. Non era paura: era un invito.
Contro ogni logica mi alzai. «Dove vuoi portarci? Fuori gela.»
Julia afferrò la bombola portatile d’ossigeno con la calma di chi ha già scelto. «Mi fido di lui più che dei nostri figli. Vediamo.»
Lo seguimmo nella neve, fino a una struttura bassa a una ventina di metri: sembrava una cantina, un seminterrato mezzo sepolto. La porta era coperta fino a metà; Guardián iniziò a scavare con foga, liberando la maniglia quanto bastava.
Tirai.
La porta cedette con un gemito metallico.
Dentro, la luce della torcia del mio telefono rivelò una stanza di cemento. E, come in un miraggio, era rifornita: scatolame ancora sigillato, cataste di legna asciutta, attrezzi—un’ascia, un martello, seghe—e, soprattutto, una piccola stufa a propano con due bombole piene.
Mi sentii vacillare.
«Qualcuno si era preparato per l’inverno…» sussurrai.
«Non qualcuno.» Julia indicò un’incisione sulla parete: E.M. 1953. «Emilio Mendoza. Tuo nonno.»
Guardián si sedette accanto a noi con la coda che spazzava il pavimento impolverato, l’aria quasi soddisfatta, come se dicesse: Ve l’avevo detto.
Quella notte dormimmo nel furgone. Accendemmo la stufa a propano a intervalli, con Guardián raggomitolato tra noi come una coperta viva. Fuori, la bufera urlava e graffiava il metallo, arrabbiata perché non ci eravamo arresi. Ma per la prima volta dal giorno in cui avevamo lasciato Madrid, mi addormentai senza quella pietra di disperazione piantata sul petto.
All’alba, Guardián era seduto vigile al finestrino. La tempesta era passata, lasciando un mondo brutale e splendido: pini brinati come sentinelle, cime innevate che il sole trasformava in punte di fuoco.
«Che vedi?» gli chiesi.
Il cane emise un guaito e graffiò il vetro, puntando il muso verso un versante dietro la capanna.
Julia si mosse accanto a me. Il suo respiro sembrava più corto; l’altitudine presentava il conto. «Succede qualcosa?»
«Non lo so… ma lui è fissato su quel pendio.»
Passarono ore. Io tentai di capire cosa salvare della capanna, che pezzi del tetto fossero recuperabili, quali travi reggessero ancora. Guardián, invece, non smise mai di controllare lassù. A mezzogiorno capii che non era un capriccio.
«Vuole che lo seguiamo» dissi.
Julia esitò, la mano sul petto. «Arturo… non so se riesco.»
Mi sentii dividere in due: da un lato il terrore di farle male, dall’altro la certezza che Guardián non stava sbagliando. Feci un passo.
«Vado io.»
Provai ad allontanarmi, ma Guardián non mi seguì. Rimase accanto a Julia, piantato come una roccia.
Allora capii. «Non verrà senza di te. Qualunque cosa ci sia, pensa che tu debba vederla.»
Julia strinse le labbra. Quello sguardo—quello di quando le avevano detto che non avrebbe visto la laurea della nostra figlia più giovane—tornò a incendiarle il volto.
«Allora aiutami con la bombola.»
La salita fu un martirio. Ogni pochi metri Julia doveva fermarsi, appoggiarsi ai tronchi, respirare a scatti anche con l’ossigeno. Mi si spezzava il cuore a vederla lottare. Guardián, invece, aveva una pazienza antica: ci aspettava, poi ci spronava con piccoli abbai quando lei riprendeva un filo di forza.
Dopo circa quattrocento metri, Guardián scomparve dietro un gruppo di rocce. I suoi abbai risuonarono, eccitati.
«Guardián!»
Aggirammo le rocce e ci fermammo di colpo.
In una conca naturale c’era una pozza fumante, ampia, bordata di pietre lisce. Nonostante il gelo, dal pelo dell’acqua si alzavano volute di vapore, e la luce invernale la faceva sembrare una cosa irreale.
«Sorgenti…» mormorai. «Sorgenti termali.»
Julia, nonostante la fatica, si illuminò. La sua mente, sempre lucida anche nella malattia, si accese. «Attività geotermica. Minerali… Arturo, la gente paga per acque così. Potrebbero—»
Si interruppe. Perché Guardián stava facendo qualcos’altro.
Cominciò a scavare a pochi metri dal bordo della pozza. In un attimo affiorò un angolo metallico. Mi inginocchiai, liberai terra e aghi di pino, finché emerse una scatola di metallo arrugginita, grande come un libro. Sul coperchio, quasi cancellata dal tempo: E. Mendoza, 1953.
La aprii con mani tremanti.
Dentro c’era un diario rilegato in pelle, pagine ingiallite ma asciutte. Accanto, vecchi appunti geologici, lettere, una fotografia scolorita. Nella foto, mio nonno Emilio sorrideva accanto alla stessa pozza. E al suo fianco, seduto fiero, un pastore tedesco quasi identico a Guardián.
Sul retro della foto, una scritta sbiadita: “La farmacia di Dio cura ciò che la medicina non riesce a toccare. Rex l’ha trovata per primo. I cani, certe cose, le sanno.”
Guardián annusò la fotografia, poi mi guardò dritto negli occhi. E per un istante ebbi la sensazione assurda che mi stesse dicendo: Sì. È questo. È qui.
Julia si tolse le scarpe e, con il mio aiuto, immerse i piedi nell’acqua calda. Il cambiamento sul suo volto fu quasi immediato: le linee tese intorno alla bocca si sciolsero, il dolore lasciò spazio a un sollievo silenzioso.
«È come se mi entrasse dentro…» sussurrò. «Come se… mi ricordasse come si respira.»
Quando tornammo verso la capanna, Julia camminava con meno sforzo. Il respiro era ancora difficile, ma non aveva più quella disperazione senza ritmo. E Guardián, davanti a noi, procedeva come una guida sicura, custode di un segreto antico.
Quella notte, nel furgone, con il diario di Emilio aperto tra noi e la torcia accesa, capii la verità.
I nostri figli avevano creduto di mandarci a morire nel nulla.
Invece, senza volerlo, ci avevano consegnato l’unico posto capace di salvarci.