Mi chiamo Anna e la mia infanzia ha l’odore dei corridoi d’orfanotrofio e delle lenzuola sempre uguali. Dormivo in una camerata con altre sette ragazze: alcune venivano scelte e portate via da nuove famiglie, altre invece “uscivano” a diciott’anni, come se la vita fosse un portone che si apre da solo. Ma per noi non succedeva quasi mai. Restavamo lì… io e Lila.
Non ci eravamo trovate perché ci somigliavamo o perché ci stavamo simpatiche: eravamo diventate inseparabili perché, in un posto così, o ti aggrappi a qualcuno o ti sbricioli. Ci tenevamo in piedi a vicenda. E ci ripetevamo sempre la stessa promessa: un giorno avremmo avuto la famiglia che avevamo visto solo nei film, quella con la tavola apparecchiata e qualcuno che ti aspetta davvero.
Tre anni dopo, una notte, Lila rientrò da una festa con la faccia di chi ha appena visto crollare il mondo.
Era quasi l’alba quando si fermò sulla soglia, immobile, senza togliersi nemmeno la giacca.
«Sono incinta» disse, con una calma che non le apparteneva. «E Jake… non risponde. Non risponde più.»
Jake era il ragazzo che frequentava da pochi mesi. Il giorno dopo la bloccò ovunque, sparì come se non fosse mai esistito. Nessun genitore da chiamare, nessuna nonna, nessuna rete sotto di noi. C’eravamo solo noi due, come sempre. E allora mi misi accanto a lei, punto.
Le presi la mano a ogni visita medica, a ogni ecografia, a ogni crisi di panico nel cuore della notte. Ero lì quando il dolore si trasformò in spinta, quando le ore in sala parto sembrarono non finire, quando finalmente nacque Miranda. In quelle poche ore vidi Lila cambiare pelle: da ragazza terrorizzata a madre esausta, ma tenace.
«È… perfetta» sussurrò, stringendo quel fagottino che urlava con tutta la forza che aveva. «Guardala, Anna. È bellissima.»
Miranda aveva i capelli scuri e quel naso preciso, identico a quello di Lila. Era bella nel modo confuso, stropicciato e furioso in cui sanno essere i neonati.
«Ce l’abbiamo fatta» disse Lila, piangendo. E io ci credetti.
Per cinque anni ci arrangiammo. Lila trovò un lavoro migliore nella fatturazione medica. Io facevo turni extra ogni volta che servivano scarpe nuove, un regalo per una festa, un dentista da pagare. Ci inventammo una famiglia da zero: tre persone contro un mondo che non ci aveva mai promesso niente.
Miranda mi chiamava “Zia Anna” e durante le serate film si arrampicava sulle mie ginocchia come se fosse la cosa più naturale del mondo. Si addormentava sulla mia spalla, lasciandomi la maglietta bagnata di bava, e io la portavo a letto pensando: forse la felicità è proprio questa — qualcosa di piccolo, che non fa rumore.
Poi arrivò il giorno che ancora adesso chiamo “quel giorno”, come se nominarlo per intero potesse farmi male.
Lila stava andando al lavoro quando un furgone di consegne bruciò il rosso. Non ebbe tempo. Non ebbe scelta. Me lo dissero con una voce che sembrava imparata a memoria e aggiunsero: «Non ha sofferto», come se quella frase potesse sistemare qualcosa.
Miranda aveva cinque anni. Continuava a chiedermi quando tornava la sua mamma.
«Non tornerà, amore» rispondevo, e lei me lo chiedeva di nuovo mezz’ora dopo, con lo stesso volto speranzoso. Come se ripetere la domanda potesse cambiare il finale.
Tre giorni dopo il funerale arrivarono i servizi sociali. Una donna con una cartellina si sedette al nostro tavolo di cucina, quello su cui ancora c’erano i biscotti che nessuno aveva toccato. Parlava con gentilezza, ma la gentilezza non toglie il gelo alle cose.
«Non risulta nessun familiare disponibile o idoneo a prendere la custodia di Miranda» disse.
Poi, quasi con sollievo professionale: «Verrà inserita nel sistema di affido.»
«No.» Mi uscì secco, prima ancora che potessi frenarmi. «No, non succederà.»
La donna sollevò lo sguardo. «Lei è una parente della bambina?»
«Non serve esserlo per amarla» risposi.
«Allora lo renda ufficiale» disse lei, guardandomi dritto, come se mi stesse lanciando una corda. «Faccia domanda. Adottarla significa assumersi una responsabilità per tutta la vita.»
In quel momento mi tornarono addosso tutte le notti dell’orfanotrofio: la paura, la solitudine, la sensazione che nessuno ti scelga davvero. E pensai a una sola cosa: io non avrei permesso che Miranda crescesse con quella stessa ferita.
«La adotterò» dissi. «Qualsiasi modulo, qualsiasi firma. La adotterò.»
Ci vollero sei mesi. Sei mesi di controlli, visite a casa, incontri, corsi, domande ripetute mille volte. E Miranda, ogni sera, che mi chiedeva: «Anche tu te ne andrai?»
«Non vado da nessuna parte» le ripetevo sempre. «Ormai mi hai incastrata, piccola mia.»
Quando finalmente un giudice firmò i documenti, Miranda aveva sei anni. Quella sera mi sedetti con lei sul divano e glielo dissi nel modo più semplice possibile, con le parole che una bambina può capire.
«Sai che non sono la tua mamma di pancia, vero?»
Lei annuì, giocando con il bordo della coperta.
«Però adesso sono la tua mamma per legge. Significa che posso prendermi cura di te per sempre. Se tu vuoi.»
Mi fissò con gli occhi di Lila — quegli occhi che, a volte, mi facevano stringere lo stomaco.
«Per sempre?» chiese.
E poi si buttò tra le mie braccia come se avesse tenuto il fiato per anni. «Allora posso chiamarti mamma?»
«Sì» dissi. E mi si ruppe qualcosa dentro, ma era una cosa bella.
Crescere insieme fu un disordine meraviglioso. Io ero giovane e imparavo a fare la madre mentre lo diventavo. Miranda portava il lutto addosso come un vestito troppo grande: a volte le stava largo e rideva, a volte la soffocava e urlava. Ci furono porte sbattute, silenzi lunghi, notti in cui piangeva per Lila e io non potevo “aggiustare” nulla, solo starle accanto.
E poi c’erano mattine assurde in cui, talmente stanca, versavo il succo d’arancia nei cereali invece del latte e lei rideva fino alle lacrime. Piano piano diventammo solide.
Alle medie tornò a casa annunciando: «Mi iscrivo a teatro.»
«Tu hai paura del palco» dissi incredula.
Lei alzò le spalle. «E allora? Non è vietato provarci.»
La aiutai a ripassare ogni battuta. Mi presentai a ogni spettacolo. Quando, in terza media, ebbe il suo primo ruolo importante e cantò una canzone con la voce tremante ma coraggiosa, piansi così tanto che una signora accanto a me mi porse dei fazzoletti. Io li presi e sussurrai, senza rendermene conto: «Quella è mia figlia.» E mi sembrò la frase più naturale del mondo.
Le superiori portarono nuove tempeste: i primi cuori spezzati, le amiche che diventano nemiche per sciocchezze enormi, le sere con gelato e discorsi che io improvvisavo sperando di non dire troppe stupidaggini. La prima multa per eccesso di velocità la fece crollare come se fosse tornata piccola.
«Mi dispiace, mamma… sei arrabbiata?» singhiozzò.
Le spostai i capelli dalla fronte. «Sono spaventata, sì. Arrabbiata? No. Sbagliare fa parte del crescere.»
In terza iniziò a lavorare in libreria. Tornava a casa con addosso l’odore di carta e caffè e mi raccontava dei clienti come se fossero personaggi di un romanzo. Era diventata brillante, spiritosa, piena di vita. E quando compì diciassette anni era più alta di me e mi chiamava “mamma” senza esitazioni, senza più guardarsi attorno come se dovesse giustificarsi.
Una sera, mentre lavavamo i piatti, disse all’improvviso: «Lo sai che ti voglio bene, vero?»
La guardai sorpresa. «Certo che lo so.»
Lei annuì, quasi seria. «Volevo solo dirtelo.»
Io pensavo che il peggio fosse alle spalle. Pensavo che avessimo già pagato tutto quello che c’era da pagare.
Il suo diciottesimo compleanno cadde di sabato. Organizzammo una festa nel nostro appartamento: amici, qualche collega mio, la vicina che non mancava mai con qualcosa da mangiare. Miranda era radiosa. Spense le candeline e quando le chiesero che desiderio avesse espresso rise: «Non si dice! Se no non vale.»
Quella notte, quando l’ultimo ospite se ne andò e la casa tornò silenziosa, stavo piegando il bucato in camera. Miranda apparve sulla soglia con un’espressione strana, difficile da decifrare.
«Mamma… possiamo parlare?»
Il tono mi fece gelare la pancia. Mi sedetti sul letto.
«Certo. Dimmi.»
Entrò lentamente, mani nelle tasche della felpa, evitando i miei occhi.
Per provare a sdrammatizzare sorrisi: «Ora sei adulta. Puoi votare, firmare cose, ignorare legalmente i miei consigli.»
Lei non rise.
«Questa settimana ho avuto accesso ai soldi di mia madre. Quelli che mi ha lasciato.»
Il cuore mi diede un colpo. Avevo creato un fondo, un trust, per tenere tutto al sicuro finché non fosse stata pronta. Le avevo sempre detto che quei soldi erano suoi, che non li avrei mai toccati.
«Va bene» dissi, cercando di non tremare. «Sono tuoi. Ci farai quello che vorrai.»
Finalmente alzò lo sguardo. Gli occhi lucidi, accesi.
«So già cosa voglio farci.»
Inspirò come se stesse per buttarsi da un trampolino.
«Devi fare la valigia.»
La frase mi attraversò come una lama. Per un secondo non capii. Poi capii troppo.
«Vuoi… che me ne vada?» chiesi, e la voce mi si spezzò senza permesso.
«Sì. No. Cioè…» Si agitò, frugò in tasca e tirò fuori una busta. «Prima leggi questo. Ti prego.»
La presi con mani rigide. Dentro c’era una lettera, scritta da lei, con una grafia un po’ disordinata, come quando era più piccola e correva dietro alle parole.
Ci sto pensando da mesi. Da quando ho capito quante cose hai messo in pausa per me.
Hai detto no a lavori migliori perché non potevi permetterti turni impossibili. Hai rinunciato a persone che ti piacevano perché avevi paura che io mi affezionassi e poi soffrissi di nuovo. Hai lasciato perdere sogni che avevi da prima che io esistessi, perché prima venivo io.
Hai fatto di tutto per darmi una vita. E intanto la tua la tenevi in tasca, come una moneta che non puoi spendere.
Così ho usato una parte dei soldi di mamma Lila. Ho prenotato un viaggio per noi due. I posti di cui mi parlavi sempre. Le avventure che rimandavi ogni volta.
Ecco perché devi fare la valigia.
Ti voglio bene. Grazie per avermi scelta ogni giorno.
Adesso lascia che io scelga te.
P.S. Ti sto filmando. La tua faccia è troppo divertente.
Alzai la testa. Miranda era nel corridoio con il telefono puntato su di me, le lacrime che le rigavano le guance e un sorriso enorme, da ragazzina e da donna insieme.
«Sorpresa» sussurrò.
La lettera mi tremò tra le dita. Cominciai a piangere senza riuscire a fermarmi. Lei mi corse addosso e mi strinse forte, come se avesse paura di lasciarmi scivolare via.
«Mi hai terrorizzata» riuscii a dire, tra i singhiozzi.
«Lo so. Scusa. Volevo… che fosse drammatico.» Fece una smorfia. «Non mi è riuscito benissimo.»
La guardai: il volto bagnato di lacrime, ma pieno di luce.
«Allora?» chiese. «Vieni con me?»
Le presi il viso tra le mani. Questa bambina che avevo cresciuto. Questa persona che mi aveva scelta a sua volta.
«Amore… io verrei con te ovunque.»
Lei annuì soddisfatta. «Ottimo. Perché i biglietti li ho già presi, e non sono rimborsabili.»
Risi tra le lacrime. «Certo che no.»
In quel momento capii una cosa che avrei voluto sapere da bambina: la famiglia non è chi resta perché deve. È chi resta perché lo vuole. Ogni giorno. Anche quando costa. Anche quando fa paura.
E quella notte, per la prima volta dopo tanto tempo, non mi sentii più una persona che aspetta l’abbandono. Mi sentii scelta.